Tsunami

È un periodo che non scrivo sul mio blog, un periodo anche abbastanza lungo a dire il vero. Ma non sono pagato per farlo e forse è anche questo il bello: lo uso quando ne sento il bisogno, a modo mio e nei miei tempi.
Per vari motivi mi sono fermato ma non sono qui per raccontare questo.
Mi ha colpito in modo particolare una parola pronunciata da una persona a me cara.
Quella parola era: tsunami.
Me la ricordo perfettamente. Eravamo in macchina e, quando l’ha pronunciata, mi si sono riaccese nella mente le immagini del 2004, la devastazione, quel senso di impotenza davanti a qualcosa di enorme e incontrollabile. Ma quella parola non era riferita a un evento naturale, era legata a qualcosa che ci stava coinvolgendo direttamente.
Come dicevo, ho riflettuto parecchio su questa parola, su tutto quello che avevo letto, imparato e cercato di capire. Sono da sempre appassionato di mare e di tutto ciò che riguarda i fenomeni naturali che lo coinvolgono. Li conosco in modo superficiale, non mi reputo certo un lupo di mare né tantomeno un esperto, però mi hanno sempre incuriosito e attratto. Il mare è qualcosa di straordinariamente bello. Ti affascina, ti richiama, ti dà un senso di libertà difficile da spiegare, ma è anche qualcosa che va rispettato, perché può diventare pericoloso.
Lo tsunami è un fenomeno naturale conosciuto anche come maremoto. Nasce da eventi enormi che spostano masse d’acqua immense e che, avvicinandosi alla costa, diventano devastanti e incontrollabili.
Forse lo tsunami più ricordato è quello dell’Oceano Indiano del 2004, capace di lasciare dietro di sé oltre 230.000 vittime e immagini che ancora oggi fanno impressione.
Davanti a uno tsunami vero il tempo diventa un fattore decisivo. Non ci si può permettere di perdere tempo o distrarsi da ciò che conta davvero.
Questo tsunami che ci ha travolto, però, per rispettare la frase esatta della persona che l’ha pronunciata, non era qualcosa da cui scappare. Non era qualcosa da evitare a tutti i costi. Era, e forse è ancora, una di quelle cose davanti alle quali non si deve scappare. Bisogna prenderne atto, accettare che, anche se doloroso o poco piacevole, va affrontato. Perché l’ultima cosa da fare davanti a certi tsunami della vita è scappare.
Ci sono cose che succedono in modo inaspettato, proprio come uno tsunami. Nessuno può prevederle davvero e nessuno può dirti con assoluta certezza se, quando o come avverranno. Esistono sistemi sofisticati, tecnologie avanzate, strumenti capaci di studiare e monitorare, ma alla fine rimane sempre una parte di imprevedibilità, qualcosa che sfugge al controllo e alle certezze assolute. Questo però non vuol dire che non possa succedere, o che non sia successo, o che non stia succedendo.
Una volta presa coscienza che lo tsunami esiste, bisogna affrontarlo con tutti i mezzi possibili. A volte arriva da solo, altre volte si trascina dietro altre onde, altri problemi, altri piccoli tsunami che rendono tutto più pesante e doloroso. Ma questo non deve fermarti e non deve fermarci, perché davanti a certe battaglie la rinuncia non è una soluzione e, nel bene e nel male, le guerre si vincono solo combattendole.
Poi si può avere la fortuna di non combatterle da soli. Anche se spesso queste battaglie si vivono sulla propria pelle e, in un certo senso, da soli bisogna attraversarle comunque, avere qualcuno vicino cambia le cose. Qualcuno che ti aiuta a elaborare una strategia, ad affilare le armi, a mantenere una direzione, a seguire un percorso. Chiamiamola pure metafora di guerra, se vogliamo, ma un conto è affrontare tutto da soli e un conto è sapere che c’è qualcuno accanto a te che conosce la battaglia che stai combattendo e che proverà a fare tutto il possibile per aiutarti a vincerla. Poi il dolore, la fatica e certe paure restano personali, su questo non c’è molto da discutere. Le vivi tu, sulla tua pelle. Ma condividere il peso non significa essere più deboli. A volte significa semplicemente avere più forza.
Non ricordo dove lessi o sentii questa frase. Forse era un militare, forse qualcuno abituato alle guerre e alle battaglie, a cui chiesero come avrebbe voluto affrontarne una. La risposta, più o meno, era questa:
“Non datemi un esercito. Datemi cinque figli di puttana e io vincerò la guerra.”
Bene.
Uno di quei figli di puttana sono io.
Continuiamo a combattere.
www.riccardomattioli.it
#Tsunami #Resilienza #ContinuiamoACombattere


