Palermo, l’odore dei fiori

Un ricordo personale degli anni Ottanta a Palermo, tra divisa, giovinezza e un pezzo di storia vissuto senza rendersene conto, con il mare sempre sullo sfondo.
Oggi è stata una giornata strana. Senza che fosse programmato, in momenti diversi e in situazioni del tutto casuali, ho incrociato due persone che non vedevo da almeno dieci anni e con le quali ho condiviso una parte importante della mia vita lavorativa. Non ci siamo detti molto, il tempo passa e le persone diventano grandi, ma il secondo incontro mi ha riportato indietro di colpo.
Era il 1985. Diciannove anni appena compiuti. Stessa città, stesso addestramento, stessi vestiti. Stessa testa anche, quella di chi fino a poco prima girava in moto senza casco, infilando strade trafficate da macchine di ritorno da una giornata in riviera, con addosso solo la leggerezza dell’età e la sensazione che tutto fosse ancora possibile. Non ci conoscevamo prima, e all’improvviso ci siamo ritrovati nello stesso posto, vestiti uguali, a dormire negli stessi ambienti e a mangiare allo stesso tavolo insieme ad altre seicento persone provenienti da luoghi diversi. Catapultati, nello stesso giorno, dentro una realtà che non era semplicemente nuova, ma ignota.
Lo stesso anno, dopo appena quattro mesi, ci hanno mandato via. Giudicati pronti, dissero. In momenti diversi, in periodi diversi, ma con la stessa destinazione: Palermo. Una città splendida, inutile negarlo, ma non facile per chi, come noi, arrivava vestito in un certo modo e non era lì per turismo.
Tra la fine del 1985 e il 1986 ci sono stato tre volte, per un totale di circa cento giorni. Andate e ritorni, permanenze spezzate, ma sempre dentro lo stesso clima. Erano gli anni del maxi processo alla mafia. Sirene, sgommate, auto a tutta velocità dalla mattina alla sera, spesso anche fino a notte fonda. Un rumore continuo che entrava nelle giornate e non usciva più.
Ricordo una notte in particolare. Rientro tardi, divisa ancora addosso, il caldo che non molla nemmeno dopo il tramonto. Le sirene passano di nuovo, lontane ma abbastanza vicine da farti alzare la testa. Non succede niente, almeno non a noi. Eppure resti sveglio lo stesso. Non per paura, ma perché capisci che lì intorno il tempo non scorre come da altre parti.
Il primo alloggio fu un hotel a Bagheria. Trenta giorni isolati da tutto. Orari rigidi, navette obbligate, pochi treni e la stazione lontana. Muoversi era complicato, socializzare praticamente impossibile. Vivevamo chiusi lì dentro, scandendo le giornate su tempi che non decidevamo noi, lontani dalla città e dalle persone, come se il mondo fosse rimasto fuori da quelle mura. Palermo la intuivamo più che viverla.
Alla seconda e alla terza assegnazione le cose cambiarono, almeno in parte. Finimmo alle “tre torri”, come le chiamavamo noi, palazzi sequestrati alla mafia e riconvertiti. Polizia, carabinieri e guardia di finanza tutti concentrati nello stesso complesso. Se qualcuno avesse voluto trovarci, non avrebbe dovuto fare molta fatica. Era una consapevolezza con cui convivevamo senza parlarne troppo. L’unica magra consolazione era che, da lì, ogni tanto si potevano fare due passi in centro città, respirare un po’ di normalità, mescolarsi per qualche ora a una vita che sentivamo vicina ma che non era davvero la nostra.
Lì dentro succedeva un po’ di tutto. C’era chi giocava a poker per ammazzare il tempo, partite infinite che servivano più a stare svegli che a vincere qualcosa. Qualcuno, ogni tanto, si concedeva qualche sigaretta “simpatica”, senza farne un manifesto, solo per staccare la testa. Giravano birre, qualche bottiglia di vino, niente di eroico, solo il bisogno di sentirsi normali per qualche ora.
C’era anche un bar che faceva panini improbabili, di quelli che ti restano impressi più per la fame che per la qualità. Era l’alternativa alla mensa, lontana chilometri, e diventava un punto fermo delle giornate. Se fosse in regola o meno nessuno lo sapeva davvero, e a dirla tutta nessuno se lo chiedeva. In certi momenti bastava che fosse aperto.
A volte non ti cambiavi neanche. Tanto dopo poche ore ti riportavano di nuovo al posto di servizio. Una doccia veloce, biancheria intima pulita e poi di nuovo addosso la divisa verde, spesso slacciata, gli anfibi ai piedi anche ad agosto perché quello era il vestiario previsto e non si discuteva. Faceva caldo, ma nessuno ci faceva più caso. Ti facevi un giro nello stabile, più per muoverti che per altro, alla ricerca di un caffè o di una sigaretta se eri rimasto senza.
E noi eravamo lì. Ragazzi in divisa. Stavamo vivendo qualcosa di storico senza saperlo, senza comprenderlo fino in fondo. Facevamo il nostro lavoro, aprivamo e chiudevamo porte, controllavamo movimenti, seguivamo ordini. Non ci sentivamo eroi e non pensavamo di esserlo. Ci dicevamo che era solo lavoro, che bisognava fare attenzione, tenere la posizione, arrivare a fine giornata e ripartire il giorno dopo.
Allora non avevamo la percezione di quanto quelle giornate ci stessero entrando dentro. La spensieratezza dell’età faceva da scudo, l’ingenuità aiutava a non farsi troppe domande. Solo molto tempo dopo ho capito che stavamo portando un peso senza saperlo, un peso che non faceva rumore come le sirene, ma che sarebbe rimasto lì, silenzioso, pronto a riaffiorare negli anni.
C’è una canzone che non spiega, non giustifica, non consola. Ogni volta che la riascolto torno lì.
Per questo la lascio qui sotto, senza commentarla.
Perché chi c’era capirà subito.
E chi non c’era, forse, sentirà almeno un po’ di quel peso.
A Palermo ci sono tornato, ma quella è un’altra storia. La racconterò quando sentirò che è il momento giusto.
Per la bandiera
Io sono qui per la legge
o meglio noi siamo la scorta
proteggo un uomo importante
gli apro e chiudo la porta
questo mestiere mi ha scelto
almeno ho un lavoro sicuro
perché ho una moglie ed un figlio
e devo pensare al futuro
Sento uno strappo di tuono
in questo sabato sera
sassi ed asfalto nel cielo
di fuoco rosso e lamiera
non sento male è un istante
ma ora il futuro è chimera
e tutto questo per niente
solo per una bandiera
Conosco il bene ed il male
distinguo il bianco dal nero
e se ogni tanto ho paura
è perché mi sento straniero
in un paese che guarda
che è complice od impotente
che tace e piega la testa
L’auto cammina veloce
fra gli oleandri dei campi
l’odore mi arriva forte
si spacca tutto in quei lampi
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Il mare, come certi ricordi, non fa rumore, ma non smette mai di muoversi.


