Era giugno del 1994. Onestamente non ricordo il giorno, forse l’ho rimosso, chissà!
Ormai chi mi conosce lo sa, ho sempre subito il fascino delle moto, anche se non è mai stata una passione sfrenata. Non sono un conoscitore di dati tecnici, velocità, equipaggiamenti e tutto il resto, anche se ho sempre seguito volentieri le gare ufficiali. Per varie vicissitudini non ho mai potuto coltivarla veramente e ho un difetto che non mi è mai passato e che non credo mi passerà mai: se mi dai due ruote e una manopola del gas, io non riesco ad andare piano.
Quella sera, però, stavo andando piano davvero. Era una sera d’inizio estate, verso le undici, undici e mezza. All’epoca fumavo ed ero con un’amica che fumava anche lei. Eravamo rimasti senza sigarette, così mi feci prestare la moto da un amico, una moto molto simile alla mia, soltanto un po’ più vecchia. Questa ragazza aveva una paura incredibile di andare in moto e chi guida sa perfettamente cosa significa avere dietro una persona rigida, che non segue i movimenti e che si spaventa. Bisogna andare piano e io, forse per una delle rarissime volte nella mia vita su una moto, stavo andando veramente piano.
Compriamo le sigarette e torniamo indietro. Sto percorrendo una delle strade principali di Bologna con molta tranquillità quando vedo, nella mia stessa corsia e spostato sulla destra, un piccolo scooter guidato da un ragazzo con un casco integrale. All’epoca il casco non era ancora obbligatorio per tutti, forse per i minorenni sì. Sono in terza, do appena un colpetto di gas, proprio quel tanto che basta per passargli di fianco e sorpassarlo. Probabilmente non guarda dietro, probabilmente con il casco integrale non mi sente neanche e, quando sono ormai a quattro metri da lui, all’improvviso mi taglia completamente la strada per girare a sinistra.
L’impatto era assolutamente inevitabile. Ero veramente a pochi metri di distanza, ho fatto forza sul freno davanti, sul freno dietro, ho schiacciato la frizione, tutto quello che potevo fare l’ho fatto, ma l’ho preso. Fortunatamente l’ho colpito nella parte posteriore dello scooter. Nell’impatto ho fatto una forza tale con le braccia da rompere le forcelle della moto e sono volato per aria per una ventina, forse venticinque metri. Sono atterrato dalla parte opposta della strada e con la testa e la faccia ho tirato completamente giù il paraurti di una Y10 parcheggiata. Ovviamente sono svenuto.
Da lì in poi è stata tutta una scoperta. Quello che ho saputo dopo lo racconterò, per il momento mi limito a quello che ricordo. Quando ho aperto gli occhi attorno a me c’era un gruppo di divise blu, i miei colleghi. Qualcuno aveva chiamato il 113, avevano saputo che avevo avuto un incidente e chi poteva era venuto lì per vedere se poteva darmi una mano. Ricordo perfettamente una voce che piangeva e diceva: «È morto». Sul momento non realizzai che quella frase potesse essere riferita a me. Cercai di ricostruire nella testa quello che era successo e il mio primo pensiero fu: spero che non sia il ragazzo con il quale ho avuto l’incidente. Poi aprii completamente gli occhi, vidi le facce esterrefatte di quelli che mi stavano guardando e capii che parlavano di me. La mia faccia era una maschera di sangue e chi aveva pronunciato quella frase era proprio la ragazza che era in moto con me.
D’istinto la prima cosa che feci fu muovere le gambe. Piegai le ginocchia, vidi che si muovevano e pensai: ok, non sono paralizzato. Poi alzai il braccio destro e mi cadde a peso morto in faccia. Con la mano sinistra presi l’avambraccio, lo rimisi al suo posto e pensai: ok, questo è andato. Provai il sinistro, funzionava. Bene, questo funziona. Onestamente non mi preoccupai molto del resto, perché la ragazza che era in moto con me era in piedi e stava bene. In quel momento ero già contento così.
Attorno, nel frattempo, si era creato un caos incredibile. Il traffico era stato bloccato in entrambi i sensi, c’erano macchine delle forze dell’ordine, curiosi e gente ovunque, ma io non facevo molto caso a quello che succedeva intorno. Sentivo soprattutto quel sapore ferroso del sangue in bocca e avevo l’udito ovattato. Man mano che riprendevo coscienza cercavo quasi di concentrarmi sui miei sensi: vedere ci vedevo, sentire ci sentivo, dal naso non respiravo, ma respiravo dalla bocca e continuavo a sentire il sapore del sangue.
Nel frattempo arrivò l’ambulanza. Parliamo sempre del 1994, quindi tecniche e tecnologie erano diverse da quelle di oggi. Mi caricarono su una barella, ma come lo fecero sinceramente non lo ricordo. Non so nemmeno se usarono il cucchiaio per le possibili lesioni spinali. Onestamente sarebbe cambiato poco, perché scoprii dopo che qualcuno mi aveva tirato fuori da sotto la macchina prendendomi per i piedi e mi aveva girato sulla schiena, per cui…
Il ricordo successivo è dentro l’ambulanza, sicuramente con una flebo attaccata e forse qualcos’altro, mentre i neon sopra di me mi picchiavano negli occhi e quasi mi accecavano. Dietro la mia testa c’era una ragazza dell’ambulanza. Non credo fosse un’infermiera, probabilmente era una volontaria. Aveva due occhi azzurri incredibili e una specie di caschetto di capelli neri. Ogni tanto si sporgeva sopra di me, forse per tamponarmi, forse per pulirmi la faccia o togliermi qualche pezzo d’asfalto o di plastica, non lo so. Io ero legato alla barella e non potevo muovermi, quindi la vedevo soltanto comparire ogni tanto sopra di me. Ricordo perfettamente che aveva gli occhi lucidi e l’unica cosa che riuscii a fare fu sorriderle, quasi per rincuorare lei.
Non pensai che, se una persona abituata ad andare in ambulanza e a raccogliere gente dopo gli incidenti stradali aveva le lacrime agli occhi, forse non ero messo proprio benissimo. Non mi passò neanche per la testa. Forse mi aiutò il fatto che non provavo dolore. Avevo ventotto anni e probabilmente avevo talmente tanta adrenalina in corpo che funzionava da anestetico. Poi iniziò la corsa, a sirene spiegate, verso l’ospedale.
Al pronto soccorso mi lanciarono praticamente dentro con la barella e, ovviamente, mi fecero passare davanti a tutti. In quel momento ero la loro priorità. Cominciarono con analisi del sangue, controlli, visite, gente che mi tagliava i pantaloni, sassi, asfalto e vetri da staccare dal corpo, disinfettanti, tintura di iodio e luci. Ogni tanto passava qualcuno e mi chiedeva dove avessi male e io continuavo a rispondere che non avevo male. L’unica cosa che mi preoccupava veramente era il braccio destro.
Quel braccio che non funzionava più era diventato il mio pensiero principale. Non mi interessava se fossi rimasto sfigurato o sfregiato, se l’incidente mi avesse cambiato i connotati o se avessi qualche altra conseguenza. Io con quel braccio mi stavo giocando tutto. Il braccio destro e la mano destra erano quelli con cui ero stato addestrato a maneggiare l’arma, mettere le manette e svolgere tutte le attività tipiche di un agente di polizia. Perderne l’uso significava perdere l’idoneità all’uso e al maneggio delle armi e perdere quella idoneità, molto semplicemente, poteva voler dire perdere il lavoro: dieci anni di sacrifici e un futuro da reinventare.
Tra le tante visite mi fecero ovviamente anche la maxillo-facciale. A un certo punto arrivò un barelliere alto quasi un metro e novanta, un centinaio di chili, grosso e robusto per natura, con quel fisico pacioccone che però, viste le dimensioni, non passava certo inosservato. Quando lo vidi pensai: speriamo che non ce l’abbia con me. Accanto a lui c’era un signore anziano, piccolino, con capelli e barba bianchi, praticamente un Babbo Natale in camice bianco.
Si avvicinarono alla barella, il simpatico vecchietto mi guardò e disse: «Eh, bella botta». Risposi semplicemente: «Penso di sì». Mi portarono verso l’ascensore, il barelliere si mise dietro a spingere, davanti c’era un’infermiera a tirare la barella e di fianco a me il simpatico Babbo Natale in camice bianco, che poi avrei scoperto essere il professore responsabile del reparto. Entriamo nell’ascensore, si chiudono le porte, lui mi guarda e dice: «Ah, che bel naso rotto che abbiamo». Non faccio neanche in tempo a rispondere che l’infermiera gli fa notare che avevo già fatto la maxillo-facciale e che, guardando la lastra, il naso non risultava rotto. Lui, molto educatamente ma con altrettanta fermezza, si gira verso di lei e risponde: «Sono quarant’anni che aggiusto nasi. Questo naso è rotto».
Io ascoltavo, ma in quel momento non è che mi facessi tante domande. Litigate pure tra di voi, pensai. Mentre l’ascensore saliva, a un certo punto il medico guardò il barelliere dietro di me. Quel gesto l’ho associato soltanto dopo, perché in una frazione di secondo sentii due mani enormi stringermi la testa all’altezza delle orecchie con la forza di una pressa. Il medico allungò la mano destra, mi prese il naso tra pollice e indice e fece un movimento secco. Crack… stock…
Per cinque o sei secondi mi rimbombò tutto, poi sentii quelle due mani mollare la presa. Il medico mi guardò e disse: «Adesso il naso è a posto. Ti metto un ferretto con un cerotto e per me possiamo chiuderla qua. Ci rivediamo tra quindici giorni». Mi aveva rimesso a posto il naso in ascensore, con un gesto di una mano mentre il barelliere mi teneva ferma la testa. Arrivati in reparto mi disinfettarono, mi mise questo ferretto, lo fissò con un cerotto e poi mi riportarono giù.
Ovviamente quello era soltanto l’inizio. Nonostante fossi lucido e presente, con un trauma cranico di quella portata mi ricoverarono in terapia intensiva e da lì cominciò una degenza abbastanza lunga. Dovevano controllarmi pezzo per pezzo, verificare che non ci fossero emorragie interne, organi lesionati e tutto quello che poteva essere successo con un impatto del genere che poi, alla fine, dai rilievi stradali risultò essere avvenuto mentre viaggiavo a 55 chilometri orari.
Non ricordo quanto tempo rimasi lì, ma ricordo che quando mi portavano in giro sulla barella per fare le visite vedevo le espressioni della gente che incrociavo nei corridoi. Espressioni non proprio rassicuranti. Il problema era che io ancora non mi ero visto allo specchio e non sapevo come fosse ridotta la mia faccia. L’unica cosa che avevo chiesto espressamente era se avessi ferite d’asfalto o segni permanenti sulla pelle. Mi avevano sempre risposto di no: avevo avuto una forte emorragia, ero molto rosso, molto nero, avevo il naso rotto e una quantità di tumefazioni, ma niente di quello che temevo.
Alla fine di tutti i controlli ne uscii con un menù non proprio da Ferragosto, visto anche il periodo: stiramento del plesso brachiale con conseguente paresi della spalla e del braccio destro, lacerazione della cuffia dei rotatori della spalla sinistra, frattura del setto nasale, trauma cranico e quattro denti piegati. Neanche male.
Ma questa è la terza volta che rischio di morire, e ho solo ventotto anni, pensai leggendo il referto medico.
Finalmente mi dimettono. Non sono ancora indipendente, quindi torno a casa dei miei genitori perché ho bisogno di assistenza. Lo scalino più grosso rimane sempre quello, il braccio destro. Cominciano le visite specialistiche, i controlli e gli esami specifici, ma nessuno mi dà un vero barlume di speranza. Ricordiamoci che siamo nel 1994: internet non c’era, c’erano i primi cellulari ma servivano praticamente solo per telefonare e, se volevi sapere qualcosa, ti informavi da chi era preposto a darti quelle informazioni.
Gli esiti non erano rassicuranti, ma io non mi sono mai rassegnato. La prima cosa da fare era la fisioterapia, così individuo un centro e comincio ad andarci tutti i giorni, due ore al giorno. Dovevo essere accompagnato perché non guidavo e spesso i miei orari dovevano coincidere con quelli di chi poteva portarmi, così capitava che rimanessi lì molto più delle mie due ore. Elettrostimolazione, manipolazioni, movimenti del braccio e, già che ero lì, magari sollevavo due pesi o facevo qualche esercizio per le gambe, più per passare il tempo che per costruirmi il fisico. Dopo quindici giorni ero praticamente di casa e, se non mi vedevano arrivare, si preoccupavano.
Il problema rimaneva il braccio. Per una serie di circostanze vengo a sapere che un medico dell’allora “mutua”, proprio a Casalecchio, conosce bene questo tipo di trauma. Lo incontro una volta e di speranze me ne dà poche, praticamente nessuna: non aveva mai visto nessuno riprendersi veramente da una cosa del genere. Però io avevo uno stiramento del plesso brachiale e non una rottura, quindi qualcosa si poteva tentare. La premessa fu molto chiara: «Non ti illudere».
Mi parlò di due farmaci, pastiglie e punture, utilizzati per quel tipo di trauma ma che in Italia, all’epoca, non erano stati approvati. Gli chiesi dove si trovassero. «In Svizzera». Il caso volle che avessi due cugine proprio in Svizzera e che una di loro fosse sposata con un rappresentante farmaceutico. Chiediamo informazioni e la risposta è semplice: i farmaci ci sono, sono conosciuti e può procurarmeli.
Rimane soltanto il problema di farli arrivare in Italia. Anche quello viene risolto in maniera piuttosto artigianale: una scatola di biscotti, le medicine dentro e quattro biscotti sopra. La scatola arriva a destinazione, io comincio la terapia seguendo le indicazioni riportate nei foglietti illustrativi e continuo con la fisioterapia. Dalla fine di giugno passo praticamente tutto luglio e la prima settimana di agosto lì dentro, tutti i giorni, sabato compreso. Non vedo miglioramenti clamorosi, ma è l’unica cosa che posso fare, quindi si fa e basta.
Poi arriva agosto e nell’Italia di allora, ad agosto, chiudeva praticamente tutto. Anche il centro di fisioterapia si fermava per tre settimane. Nelle condizioni in cui ero non potevo certo pensare di andare al mare o fare chissà quale vacanza, così ripieghiamo sulla casa dei miei nonni nelle Marche, dove sono nati e cresciuti i miei genitori. Andiamo giù io e mia madre, mentre mio padre decide di raggiungerci successivamente direttamente con il camion. Quando mi dice che sta arrivando gli faccio una domanda e ancora oggi non so esattamente cosa mi sia passato per la testa: «Vieni giù col camion?». «Certo». «Mi porti giù la moto?».
La mia moto, infatti, era perfettamente funzionante in garage perché l’incidente l’avevo fatto con quella di un altro. Così io, con il braccio destro semiparalizzato, chiedo a mio padre di portarmi la moto e lui me la porta. Il motivo per cui glielo chiesi era molto semplice: avevo paura che non sarei mai più riuscito a guidarla. Dovevo risalirci sopra, dovevo capire se avevo paura e dovevo sapere se era finita lì oppure no.
La scarichiamo, salgo, la metto in moto e ho almeno la coscienza di sostituire le ciabatte con un paio di scarpe da tennis. Siamo in aperta campagna, strade sterrate, campi e un fiume. Comincio piano, prima, seconda, terza, cercando di capire se riesco a gestirla con quel braccio. Riesco a dare gas e a frenare, non posso caricare troppo sulle forcelle perché, non avendo forza nel tricipite, il braccio cede, ma riesco a guidare. Faccio una mezz’oretta molto tranquilla e penso: va bene, si può fare.
La mattina dopo riprendo la moto e ogni chilometro che passa mi sento un po’ più sicuro. Insieme alla sicurezza, però, torna anche quella solita malattia che ho nella testa: dai gas. Prima, seconda, terza, scala, curva, frena, entra, gas. Per farla breve, nel pomeriggio guadavo il fiume con il braccio destro semiparalizzato e, una volta uscito dal fiume, sullo sterrato giravo su una ruota. Prima, seconda, terza, colpo di frizione e su.
A un certo punto uno dei vicini della zona passa davanti alla casa dei miei nonni, vede la moto parcheggiata e poi vede me, ancora con la faccia bella blu e nera per l’incidente. Mi guarda, ben sapendo chi ero: mi avevano visto crescere in quel luogo, dove passavo tutte le estati da bambino, e in dialetto marchigiano, che vi risparmio, mi dice: «Adesso ho capito chi è quel matto che gira su una ruota per la strada».
Andò avanti così per quindici giorni, poi tornai a Bologna galvanizzato soprattutto da una cosa: non avevo paura di andare in moto. Cominciai perfino ad andare da solo a fisioterapia con una Vespa 50. Niente di eccezionale, un motorino da quaranta all’ora, ma finalmente potevo muovermi da solo.
La fisioterapia continuò per circa sei mesi e, settimana dopo settimana, qualcosa cominciò a cambiare. Lo sentivo io e me lo dicevano anche i terapisti. “L’uomo mascherato”, come mi avevano soprannominato per quella maschera blu e nera che avevo in faccia a causa delle tumefazioni e del naso rotto, stava perdendo la maschera e anche quel braccio che sembrava perduto, movimento dopo movimento, cominciava a tornare.
Dopo sei mesi di fisioterapia avevo recuperato circa l’ottanta per cento della funzionalità e da lì, tra virgolette, fu tutta discesa. Continuai naturalmente a sottopormi a controlli, visite e analisi e il corpo continuò per parecchio tempo a ricordarmi quell’incidente. Due anni più tardi, durante una visita dall’otorino, mi trovarono ancora un pezzo d’asfalto dentro l’orecchio sinistro. Due anni dopo.
Questo è soltanto un breve riassunto di quell’episodio della mia vita che, indubbiamente, mi ha segnato. Se entrassi nei dettagli potrei andare avanti ancora molto, ma non è necessario. All’inizio ho detto che non ricordo quale giorno di giugno fosse e probabilmente, se andassi a cercare in tutta la documentazione che conservo ancora, potrei risalire alla data esatta. Ma non è importante. Poteva essere qualsiasi giorno della settimana, ricordo che era l’inizio del mese, ma non è quella data ad aver lasciato il segno. È la strada iniziata quel giorno, quello che mi ha segnato e quello che mi ha insegnato.
Non so quanto quell’incidente mi abbia cambiato e quanto, invece, abbia semplicemente tirato fuori qualcosa che era già lì. Sicuramente è uno dei tanti pezzi che, messi insieme negli anni, hanno fatto di me quello che sono oggi, con i miei difetti, le mie contraddizioni e parecchi spigoli che non ho mai avuto troppa voglia di smussare.
Però, tutto sommato, la persona che oggi vedo riflessa nel mare mi strappa un sorriso.