Sono ancora io

  • Pubblicato: 25/07/2026
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Ci sono momenti in cui la vita sembra chiederti tutto nello stesso istante. Forse è proprio in quei momenti che un gesto semplice riesce a ricordarti chi sei davvero.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una riflessione che mi ha fatto fermare. Diceva che l’uomo più pericoloso è quello che si è rialzato da solo. Non perché sia violento o arrabbiato, ma perché ha attraversato il dolore, ha perso certezze, persone, illusioni e, nonostante tutto, ha trovato la forza di ricostruirsi senza aspettare gli applausi di nessuno.

L’ho letta più volte e mi sono reso conto che quelle parole mi appartenevano. Non perché mi senta migliore di altri, ma perché so cosa significa attraversare periodi in cui sembra che tutto ti venga portato via. La vita, prima o poi, presenta il conto a tutti; cambia soltanto il modo in cui ciascuno decide di pagarlo. Io ho imparato che ci sono battaglie che nessuno può combattere al posto tuo e che, quando finalmente ti rimetti in piedi, qualcosa dentro di te cambia per sempre.

Non rincorri più chi sceglie di andarsene, smetti di cercare continuamente l’approvazione degli altri e impari ad apprezzare anche il silenzio. Ma c’è una cosa che ho sempre cercato di non perdere: il rispetto. Per me non è mai stato qualcosa da concedere solo a chi lo merita, ma un modo di essere.

Se permetti alle delusioni di decidere come guardare gli altri, allora significa che hanno vinto loro. Io non ho mai voluto concedergli questa vittoria. Ho preferito continuare a tendere una mano quando potevo, regalare un sorriso senza aspettarmi nulla in cambio e compiere quei piccoli gesti che, forse, passano inosservati, ma che per me sono stati la cosa più naturale del mondo.

Qualche giorno fa ero alla festa di compleanno di un bambino. C’era il solito caos che accompagna ogni festa: bambini che correvano dappertutto, risate, palloncini, genitori che cercavano di tenere tutto sotto controllo. Tra gli invitati c’erano anche due sorelline, una di quattro anni e una di due. Le avevo viste per la prima volta quel pomeriggio, ma non le conoscevo.

Dopo un po’ mi sono seduto per fare due chiacchiere e bere qualcosa. Mentre osservavo quel piccolo mondo pieno di energia, ho visto la più piccola che si faceva largo tra le poltrone. Camminava con quella naturale determinazione che appartiene solo ai bambini quando seguono il loro istinto. È arrivata davanti a me e, senza pensarci, l’ho presa in braccio facendola sedere sulle mie ginocchia.

Lei non ha mostrato la minima esitazione. Si è semplicemente appoggiata a me e si è accoccolata con una naturalezza disarmante. È durato pochi secondi. Per lei, probabilmente, è stato soltanto uno dei tanti gesti spontanei che i bambini compiono senza pensarci. Per me, invece, è stato molto di più. Ho sentito una serenità che non provavo da tempo.

Tornando a casa continuavo a ripensare a quei pochi istanti. Mi sono reso conto che la vita può insegnarti a difenderti, renderti più prudente e lasciarti addosso cicatrici che non se ne andranno mai, ma c’è una differenza enorme tra costruire una corazza e costruire un muro. La corazza serve a proteggerti quando è necessario; il muro, invece, ti impedisce di fidarti, di emozionarti e, in fondo, di vivere davvero.

Forse quella bambina, senza saperlo, mi ha ricordato proprio questo.

Mi ha ricordato che tutto quello che ho attraversato non è riuscito a cambiare il mio modo di guardare le persone. Continuo a credere che un sorriso regalato senza un motivo, una mano tesa quando serve e il rispetto verso chi ho davanti valgano molto più di tante parole. E se, dopo tutto quello che la vita ti mette davanti, riesci ancora a emozionarti per un gesto così semplice e puro, allora forse significa che le ferite hanno lasciato cicatrici, ma non sono mai riuscite a raggiungere il cuore.

Alla fine ho capito che la vera forza non è quella di non cadere mai e nemmeno quella di rialzarsi ogni volta. La vera forza è attraversare tutto questo senza permettere al dolore di portarsi via la parte migliore di noi.

Quel pomeriggio una bambina di due anni non mi ha regalato soltanto un abbraccio.

Mi ha ricordato che, nonostante tutto, sono ancora io. E non ho alcuna intenzione di diventare qualcun altro.

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Scritto da Riccardo Mattioli

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