Quarto Oggiaro (L’odore che non se ne va)

Avevo circa ventun’ anni quando fui mandato a Milano per lavoro. I primi tempi furono di pura gavetta: passavo le giornate in ospedale a sorvegliare pazienti sottoposti a misure restrittive. Eravamo in pieno uragano HIV e molti di loro, per motivi legati alla droga, ne erano affetti. Turni lunghi, ambiente poco piacevole per tutti, come può esserlo una struttura sanitaria di ricovero. Ma così era.
Poi arrivò il mio momento, neanche tanto atteso: “Ti offriamo di entrare a far parte del servizio volante, quello che nel gergo comune chiamiamo ‘113’, e ti togliamo da dove sei.”
Volo, ho pensato subito. E così fu: azione, responsabilità e quel senso di appartenenza a qualcosa di più grande.
Fui preso sotto l’ala di un capo pattuglia, un graduato con l’occhio esperto e il cuore più grande di quanto lasciasse intuire. Nonostante mi avessero già “annunciato” come una testa calda, poco avvezzo all’ordine e alla disciplina, accettò la sfida e mi scelse per stare con lui.
In macchina eravamo in tre: io, lui e l’autista. Di fatto, il mio compito era quello di guardargli le spalle quando scendevamo dall’auto. Coraggioso direi, forse anche folle: pesavo settanta chili con la divisa addosso e avevo sempre quell’atteggiamento da “non mi scocciate”.
Grazie a quella fiducia, iniziai a vivere esperienze diverse da quelle degli altri colleghi. Lui era Ufficiale di P.G., per cui in tutte le operazioni delicate, perquisizioni, interventi particolari, andavamo noi. Ho imparato un sacco di cose, mi sono formato come operatore e come persona. Ho compreso l’importanza della continua attenzione e quella dei particolari. Una scuola importante, durata quasi quattro anni.
La nostra zona di pattuglia era tra le più eterogenee di Milano: dal centro, dove c’era la residenza di Bettino Craxi, fino alla periferia di Quarto Oggiaro. Due mondi opposti: da un lato la sorveglianza istituzionale, dall’altro la frontiera della criminalità urbana, con personaggi noti come Vallanzasca e il campo nomadi più grande della città.
Quel campo era famoso in tutta Italia. Per entrare c’era una stradina stretta, appena sufficiente per far passare una macchina. La prima volta che ci siamo andati ero teso e chiesi espressamente: “Ma come facciamo a sapere se possiamo entrare senza pericolo?”
La risposta fu semplice, brutale e chiarissima: “Se stanno facendo qualcosa e non ci vogliono, sparano due colpi di pistola in aria. Se non li senti, puoi stare tranquillo.”
“Andiamo bene”, pensai! Ma era un codice non scritto che funzionava.
Quando stavamo per arrivare, ci veniva sempre incontro quello che loro avevano eletto a capo di questo — chiamiamolo così — gruppo nutrito di nomadi. Penso che fossero dell’Est, dal modo in cui parlavano.
Perché andavamo? Per vari motivi. In quel caso cercavamo un’auto rubata.
Ricordo con ironia questo primo colloquio: il mio capo gli disse, “Non troviamo più una Lancia Croma bianca di un mio carissimo amico, dove la possiamo cercare?”
E lui rispose: “Mah, non so, prova a cercare. Io non so… posso chiedere ai miei ragazzi, loro sono sempre in giro, magari la vedono.”
Era tutto un gioco di parole: non ti voglio far capire.
L’avete rubata voi, chiedi ai tuoi giovani se l’hanno vista in giro, fammela ritrovare.
E dall’altra parte: “Dove è stata rubata? In via Foppa? (guarda caso lo sapeva). Forse è stata lasciata in via Forze Armate, dove c’è la raccolta dei rifiuti, ma mancano le ruote.”
“Ah, l’hai vista?”
“No, ma tu stanotte lavori. Se quando esci, dopo il caffè, passi… la trovi.”
Surreale. L’abbiamo rubata noi, le ruote le abbiamo già vendute, vai là stanotte e te la faccio trovare.
In sintesi, così andò. E infatti, a mezzanotte e mezza, era dove ci aveva indicato.
Ma quella era solo una parentesi.
Una sera d’autunno, di quelle in cui fa buio presto, mentre facevamo il nostro solito itinerario, abbiamo visto in lontananza una colonna di fumo nero che si levava come un incendio, con fiamme alte metri.
Immediatamente il mio capo disse: “È il campo! È il campo che sta bruciando!”
Il tempo di pronunciarlo e via radio arrivò la conferma: “Incendio al campo nomadi di Quarto Oggiaro. Sul posto, andate sul posto.”
Corremmo. Davanti a noi, dietro di noi, dappertutto sirene: vigili del fuoco, ambulanze, tutti quelli che potevano stavano arrivando.
L’incendio era di grandi dimensioni: servivano tanta gente, tanti mezzi e tanto impegno. Era evidente. Lo si capiva dalla colonna di fumo che si sprigionava e dalle fiamme visibili quasi a un chilometro di distanza.
C’era solo un problema: entrare da quella stradina dove un camion dei vigili del fuoco ci passava a malapena, ben sapendo che in caso di pericolo era anche l’unica via di uscita.
Man mano che ci avvicinavamo, nonostante i finestrini chiusi, iniziavamo a sentire l’odore acre del fumo — un misto di plastica bruciata, legno, foglie, benzina e gasolio.
Ma sotto c’era una nota strana, dolciastra, che il mio olfatto, la mia testa, il mio cervello non riuscivano a collegare.
Quando eravamo ormai a due o trecento metri — che può sembrare poco, ma invece è tantissimo se devi percorrerli in mezzo al fango, con la divisa addosso e un’appendice al fianco che da sola pesa 1 kilo e mezzo — dall’ultimo punto utile dove lasciare l’auto, iniziammo a correre verso il campo.
Sorpassammo a piedi una serie di mezzi molto più importanti della nostra pattuglia: ambulanze, vigili del fuoco… attorno, gente che urlava, correva, scappava, mentre il fumo diventava sempre più denso e quell’odore sempre più forte.
Mi era salito nelle narici, mi era entrato nei polmoni, mi si era attaccato ai vestiti.
Continuavo a non capire cosa fosse, ma mi veniva da vomitare. L’adrenalina aiutava, ma la mente cercava una risposta: sarà la mancanza di ossigeno? Sarà la tensione?
Non importava cosa fosse.
Tirai su il maglione a collo alto e mi coprii naso e bocca.
Nulla da fare: quell’odore mi stava perforando il cervello.
Ci eravamo calati nel caos totale, una situazione complicata, improvvisa, nuova per me.
Ma c’era da fare, anche oltre le nostre capacità professionali.
Io non facevo domande: ero concentrato, come lo erano il mio capo e l’autista. Non c’era tempo per chiedere, solo per agire.
Poi, a un certo punto, il capo del campo — appena ci vide — schivò tutti. Non parlava più con nessuno, non ascoltava nessuno.
Veniva verso di noi. Sembrava cercarci.
Aveva gli occhi lucidi, cosa molto strana: era gente abituata a tutto — a vivere tra i topi, a non avere comodità, a essere denigrati, a subire violenza, a essere cacciati , insomma al peggio.
Io pensai fosse il fumo, ma il suo sguardo tradiva emozione.
Arrivato a un metro da noi, guardò fisso negli occhi il nostro “capo”.
Mi avvicinai, per motivi di sicurezza ma con discrezione e li lasciai in quello sguardo di intimità: due uomini importanti nelle loro funzioni, seppure su fronti opposti della stessa trincea. Entrambi padri di famiglia, entrambi con il loro peso nell’anima.
Poche parole, dette con un filo di voce:
“Bambino morto. Bruciato. Diciotto mesi. Roulotte bruciata. Tutti scappati, salvati bambini. Piccolo… credevano con mamma ma non in casa. Padre arrivato troppo tardi.”
Adesso erano in due a piangere
In quel momento ho capito cos’era quell’odore dolciastro e penetrante.
E tutto si è fermato.
Mi sono sentito gelare dentro, come se qualcosa mi avesse attraversato il petto e si fosse piantato lì, tra il cuore e lo stomaco.
Avevo ventidue anni, e davanti a me c’era la realtà nuda, quella che non impari nei corsi, quella che nessuno ti racconta fino in fondo.
Un bambino. Diciotto mesi. Bruciato in una roulotte.
E improvvisamente mi sono sentito fuori posto, in un mondo che chiedeva sangue freddo e lucidità, mentre dentro avevo solo un vortice di rabbia, nausea e tristezza.
L’odore mi stava dentro, mi aggrediva come un ricordo che non si lascia domare. Non era solo fumo o carne bruciata: era l’odore dell’innocenza violata, del dolore muto, dell’impotenza più assoluta.
In un attimo avevo smesso di essere un ragazzo: era un’ulteriore prova di vita che mi stava facendo diventare un uomo o forse una bambino che aveva già visto troppo.
Per mesi l’ho avuto nelle narici e nei polmoni, non giorni: mesi.
Non riuscivo a togliermelo di dosso, nemmeno lavando la divisa, nemmeno dormendo.
Ma forse non era solo un odore: era una traccia nella memoria, una ferita invisibile che si era impressa nella mia testa, nel mio cuore, e che ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a sentire.
E credo che mai ci riuscirò davvero a liberarmene.
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