Non sei un eroe

  • Pubblicato: 31/12/2024
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Giornata normale , sei in macchina il braccio destro appoggiato al finestrino e l’immancabile sigaretta. Chiacchieri con Il collega accanto delle solite cose, fidanzate o pseudo tali, il lavoro, la moto le solite cose insomma. Il sole  inizia a calare, tra poco dovrai togliere gli immancabili wayfarer  neri. Le strade intorno sono animate ma tranquille: una ragazza sorpassa su uno scooter, ha il casco decorato di adesivi colorati ma quello che ti colpisce è ben altro, hai 20 anni e ragioni come i tuoi coetanei, un anziano attraversa a piccoli passi il marciapiede, il viso segnato dal tempo. Questi sono solo dettagli che riempiono lo sfondo della tua routine. Ci scappa una risata alla battuta scontata e ti avvii verso il terzo caffè. Nulla sembra fuori posto. Poi arriva la chiamata.

La voce metallica della radio interrompe i pensieri. “Incendio in un condominio, persone intrappolate.” Il tuo sorriso si spegne, il cuore batte più veloce. Guardi il collega, e in un attimo entrambi sapete che ogni parola di troppo sarebbe una perdita di tempo. Non c’è bisogno di discutere. Gira la macchina, attiva sirena e lampeggiante, accelera velocemente. Mentre percorri le vie del quartiere, senti che di concerto la stessa cosa la stanno facendo i vigili del fuoco e questo ti fa pompare adrenalina e il senso di urgenza. Arrivati sul posto, la scena è caotica: il fumo esce denso dalle finestre, i passanti si sono fermati a guardare, qualcuno sta urlando ordini. Sul marciapiede, una donna tiene stretta la mano di un bambino, entrambi tossiscono, confusi e impauriti. Il collega punta subito lo sguardo al piano più alto. Non c’è bisogno di spiegarsi: entrate.

Le scale sono un tunnel di fumo e calore. I gradini sembrano infiniti, schivi le persone che scappano in senso contrario, la gola si chiude, il sudore comincia a gocciolare dalla fronte. A ogni pianerottolo aprite porte, gridate ordini: “Via .. via… Uscite! Scendete subito!” Alcuni inquilini vi guardano attoniti, incapaci di muoversi; altri si precipitano fuori in preda al panico. Tu e il collega continuate a salire, respirando a fatica. Quando raggiungete uno degli ultimi piani, la visibilità è ridotta quasi a zero. In una delle stanze trovate una donna, accovacciata in un angolo della cucina, le mani sui capelli, lo sguardo fisso nel vuoto. La chiami, le dici che deve uscire, ma lei non si muove. Il terrore l’ha pietrificata. Ti avvicini, non le parli, la prendi con forza cercando di rassicurarla, non c’è tempo per aspettare. La divisa ti impaccia ma devi farlo, la sollevi di peso, sentendola dibattersi tra le braccia, speriamo non svenga pensi e la porti fuori.

Una volta giù, ti rendi conto di quante persone sono arrivate. I pompieri stanno spegnendo le fiamme, le ambulanze accolgono i feriti. Ti lasci cadere su una panchina, il respiro spezzato, gli occhi che lacrimano per il fumo. Qualcuno ti offre dell’acqua. Una voce gentile dice: “Grazie.” Non alzi nemmeno lo sguardo, ma senti una mano stringere la tua. Non sai chi sia, e in quel momento non importa. Il tuo collega ti si avvicina, visibilmente stanco, e per un attimo c’è un accenno di sorriso. È un momento di tregua, breve e fragile.

Non è però il tempo di fermarsi davvero. Tornate in ufficio, dove vi aspetta una nuova ondata di impegni: rapporti da scrivere, spiegazioni da dare. Quando il tuo superiore ti chiama per complimentarsi, lo fa con una nota di ammonimento. “Dovete aspettare i vigili del fuoco la prossima volta,” dice con aria grave. Ti senti ribollire dentro. Vorresti rispondere, ma resti in silenzio. Per fortuna, il tuo Ispettore interviene: “La prossima volta Le mandiamo un fax, Dottore, così ha il tempo di arrivare e fare le interviste.” Tu lo guardi, e tra voi due passa un’intesa silenziosa. Fai un cenno con la testa, lasciando trasparire un sorriso amaro.

Arrivi a casa che è già notte. La stanchezza pesa sul corpo e sulla mente. Non racconti tutto a chi ti aspetta; non vuoi far preoccupare nessuno. Ma quando alla sera esci con la tua compagna l’abbraccerai e lo fai più forte del solito. Lei ti guarda e capisce che è stata una giornata difficile. Non insisterà per avere i dettagli. Sa che probabilmente domani sarà la stessa cosa. Al telegiornale ha visto le immagini dell’incendio e ti chiederà: “Eri lì?” Risponderai con un “Sì, ma non è successo nulla di grave,” e cambierai argomento.

Il sonno tarda ad arrivare. Anche se sei esausto, nella testa riaffiorano le immagini: le fiamme che divorano i mobili, la donna che non voleva scappare, i volti dei colleghi anneriti dal fumo. Ti chiedi se hai fatto tutto il possibile, se avresti potuto agire in modo diverso. Poi pensi se hai fatto tutto quello che potevi fare ma soprattutto, che nessuno ti ha mai insegnato a farlo. Sai che non arriveranno ne gloria o riconoscimenti e ne sei contento perché l’unica cosa che ti interessa è dimenticare per ricominciare. Quello che ti pervade è per un senso di giustizia semplice, quasi ingenuo. Probabilmente è per il desiderio che, se un giorno fosse la tua famiglia ad aver bisogno, qualcuno risponderebbe allo stesso modo.

Il mattino successivo ti alzi presto. Fuori la città è già sveglia, le auto riempiono le strade, le luci dei negozi si accendono. Ti metti la divisa e prepari il caffè. Bevi un sorso, sigaretta, guardi fuori dalla finestra, cerchi di scacciare i pensieri della notte ma hai ancora nel naso l’acro odore del fumo, lo sai ma non lo vuoi ammettere, quel peso rimarrà con te per un po’, forse per sempre, ma non te ne lamenti. È una parte del lavoro. Anzi, è una parte di te. Guardi l’orologio. È ora di andare, chissà se stamattina c’è la biondina al bancone del bar, in fin dei conti hai vent’anni.

Riccardo Mattioli

www.riccardomattioli.it

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Scritto da Riccardo Mattioli

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