Decluttering di fine anno

  • Pubblicato: 26/12/2025
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Mettere ordine, dentro e fuori, senza fare rumore

C’è stato un periodo in cui sentivo spesso pronunciare la parola decluttering ma, onestamente, pur avendone intuito il significato, non gli avevo mai dato troppo peso. Era una di quelle parole che circolano, che senti usare spesso, che capisci a grandi linee, ma che restano sullo sfondo finché non ti capita di fermarti davvero a pensarci. La curiosità è arrivata più tardi, quando ho scoperto che dietro a quel termine c’era una filosofia giapponese, resa famosa dal metodo KonMari di Marie Kondo, diventato popolare dopo l’uscita del libro Il magico potere del riordino nel 2011. È stato lì che il concetto ha iniziato a prendere una forma più concreta.

Ho avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere luoghi diversi, culture lontane, persone con storie e modi di vivere molto distanti dal mio, ma il Giappone è sempre rimasto uno di quei posti che finiscono nella lista dei desideri importanti. Pochi sanno che sto cercando di organizzare un viaggio per andarci davvero e, anche se al momento è ancora in fase di costruzione, è uno di quei progetti che non spariscono mai del tutto. Restano lì, magari in secondo piano, ma tornano a bussare ogni tanto. Qualcuno, più bravo e più saggio di me, ha detto che il bello è il viaggio e non la meta, e in fondo è difficile non essere d’accordo: raggiungere un obiettivo è gratificante, ma lo è ancora di più ripensare al percorso, alle difficoltà, alle energie spese per arrivarci.

Approfondendo il significato del decluttering, diventa evidente quanto sia un concetto concreto. Mettere ordine, liberarsi di ciò che si ritiene superfluo, di quello che occupa spazio nei luoghi in cui viviamo e negli oggetti che accumuliamo. A un certo punto emerge con naturalezza che molte di queste dinamiche sono già presenti nella quotidianità, praticate quasi in automatico, senza bisogno di etichette o consapevolezze particolari. Il gesto, in fondo, viene prima del nome.

Mettere ordine non significa soltanto eliminare. Significa sapere dove sono le cose, sapere di poterle trovare quando servono, sapere che occupano uno spazio preciso senza invadere tutto il resto. Quando funziona, non richiede sforzo. Sistemare, spostare, riorganizzare fino a quando tutto è nel modo giusto diventa un’abitudine silenziosa, una forma di equilibrio che accompagna la vita quotidiana senza bisogno di essere continuamente richiamata.

Quando le cose sono al loro posto, anche le giornate sembrano scorrere in modo più fluido. Questo non ha nulla a che fare con la rigidità o con l’ossessione. Esistono sempre zone di accumulo, spazi temporanei dove rimandare, angoli in cui lasciare qualcosa in sospeso per poi tornarci con calma. È una flessibilità necessaria, una valvola di sicurezza che rende l’ordine sostenibile nel tempo.

Col passare del tempo diventa chiaro che questo modo di gestire lo spazio non rimane confinato agli oggetti. Senza bisogno di decisioni drastiche, lo stesso criterio inizia ad applicarsi anche a ciò che occupa spazio nella mente. Quando tutto si accavalla, quando nulla trova una collocazione precisa, l’attenzione si disperde e il tempo perde qualità.

Così capita anche di concedere spazio a persone che, a ben vedere, non hanno mai occupato davvero una posizione centrale. Non c’è una scelta netta all’inizio, piuttosto una disponibilità, una tolleranza, una curiosità concessa con correttezza e rispetto. Si osserva, si ascolta, si lascia tempo, anche per essere certi di non aver trascurato nulla. È lo stesso atteggiamento che si ha con certi oggetti: prima di spostarli, li si guarda bene, li si tiene lì il tempo necessario.

A un certo punto la chiarezza arriva senza annunci, non legata a un episodio preciso ma a una lettura più lucida di ciò che sta accadendo.
La percezione è semplice e netta: non aggiunge, non stimola, non migliora la qualità del tempo.
Il gesto che segue non nasce da uno slancio, ma da un’abitudine già acquisita, qualcosa che avviene quasi naturalmente: si sposta.
Non c’è bisogno di rumore, né di spiegazioni inutili, né di gesti plateali, perché la scelta è già chiara così.
Al centro resta solo ciò che ha senso tenere, tutto il resto trova posto altrove, fuori dal perimetro della quotidianità.

In questo senso torna spesso alla mente la metafora dei treni di Faletti. Quelli che passano, si fermano in stazione, aprono le porte. A volte si sale, si fanno alcune fermate, si guarda il panorama e poi si scende perché si capisce che non è quella la direzione giusta. Altre volte succede il contrario: si arriva, ci si ferma, si concede tempo e spazio e poi si riparte, lasciando qualcuno fermo sul binario mentre le porte si chiudono. Quando il treno riparte non c’è rabbia né rivincita, semplicemente il viaggio continua.

Alla fine il meccanismo è sempre lo stesso, con le cose come con le persone. Si tiene ciò che si sa dove mettere, ciò che è utile, ciò che è in linea con il momento che si sta vivendo. Il resto non è sbagliato, semplicemente non è più centrale.

Forse anche questo fa parte del fare ordine.
E magari questo aspetto lo approfondirò in seguito.

 

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Scritto da Riccardo Mattioli

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