Colonne di San Lorenzo.

  • Pubblicato: 26/01/2025
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Milano, 1987. Pattuglia 113, in servizio di routine nei pressi delle Colonne di San Lorenzo. Stiamo percorrendo via De Amicis quando, all’improvviso, dall’arco di Corso di Porta Ticinese ci sfreccia davanti una Peugeot 205 Turbo rossa. Gira a destra con una derapata controllata da manuale. Rimaniamo un attimo basiti, giusto il tempo di riprenderci e la radio inizia a gracchiare.

L’operatore, con voce tesa e concitata, comunica: “Volante Napoli, veloci! Hanno appena rapinato una Peugeot 205 Turbo rossa al Parco delle Colonne, due a bordo, una armata di pistola.” Cazzo, sono loro!

Non c’è neanche il tempo di pensarci. Risposta immediata: li abbiamo davanti, stanno fuggendo in direzione Olona lungo via De Amicis. La radio è un caos controllato che però ti dà coraggio. “Magenta: stiamo arrivando”, “Duomo non perderli Napoli, sono a un minuto”.

Sirene urlanti, gomme che stridono sull’asfalto bollente. L’adrenalina scorre a fiumi. Io sono seduto dietro, sballottato a destra e sinistra, con gli occhi incollati al parabrezza. Riesco a malapena a tenere il passo visivo con quello che sta accadendo là fuori.

Il nostro autista spinge la macchina al limite, macchina se così si può chiamare un’Alfa 33 con trazione anteriore, ogni curva un rischio, forse calcolato.

Poi quello che non ti aspetti durante un inseguimento in pieno centro a Milano a oltre 100 km/h: il passeggero della Peugeot si sporge dal finestrino, con la mira e la freddezza di un cecchino ci spara! Uno, due, tre colpi, tutti a segno sulla nostra volante: radiatore, parabrezza e tetto. Sento i botti e nient’altro oltre all’ordine del mio capo pattuglia, “non toccare le armi!”.

Non mi chiedo il perché, lo capirò dopo, aveva paura che nella concitazione potesse partire un colpo e ferire loro che stavano seduti davanti. Continuiamo a inseguirli fino a quando la macchina, priva di acqua nel radiatore a causa del proiettile, si ferma esausta e fumante. Vola qualche parola dissacrante ma il nostro orecchio è solo per la radio. “Agganciati… bravi… Ticinese chiudi a nord… dalla volante Città Studi, fermi tutti, si sono schiantati, due in manette, mandate l’ambulanza, c’è un collega ferito da arma da fuoco”.

Sembra tutto finito e invece, il peggio deve ancora arrivare. Rientriamo tutti in caserma, osservo la nostra macchina, uno dei proiettili si è piantato sul tetto. Guardo incuriosito, solo dopo mi rendo conto che, se fosse passato, mi avrebbe preso in piena testa.

Uno dei colleghi delle pattuglie coinvolte si dirige verso la cabina del telefono, sento un ordine dolce ma fermo: “vai con lui”. Lo accompagno, chiama la moglie: tutto ok, le dice, torno tardi, sono in caserma, non ti preoccupare, il bimbo ha mangiato?. Ordinaria amministrazione, penso. Appoggia la cornetta, si piega sulle gambe e inizia a piangere, ecco perché sono qui con lui.

Smaltiamo l’adrenalina, parlando dei due pazzi in fuga, della bravura degli autisti e della tenuta di strada sul pavé delle nostre pattuglie, tutto questo solo perché il collega ferito si era procurato un taglio al braccio ammanettando lo sparatore, sparato fuori dal parabrezza nell’incidente. Niente ferite da arma da fuoco, sennò i toni sarebbero stati altri.

Come tutti quelli che abitavano in caserma, vado in camera, doccia, mi vesto, scendo con le mie monetine e chiamo a casa a Bologna. “Ciao, tutto ok, abbiamo fatto un pochino tardi ma nessun problema, ci vediamo dopodomani, faccio la notte e torno a casa.” Analogo copione della telefonata successiva alla fidanzata. Mi sono rimaste poche monete, ci sentiamo domani, è solo una scusa per evitare di parlare.

Parlare di cosa? Che hai rischiato di morire? Che domani potrebbe essere uguale? Con che stato d’animo potevano vivere sapendo che un ragazzo di 22 anni, al quale vogliono bene, rischia la vita tutti i giorni? Meglio tenerselo dentro, talmente nascosto che solo oggi, a distanza di quasi 40 anni, lo racconto e forse lo leggeranno, forse.

Riccardo Mattioli

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Scritto da Riccardo Mattioli

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