Cosa si nasconde dietro un sorriso

  • Pubblicato: 27/10/2025
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E’ notorio, lo ripeto spesso, non passo molto tempo sui social. Li ho, li uso, ma dando loro il peso che ritengo giusto. In questi giorni, però, la mia attenzione si è fermata su alcuni video: le interviste che Gianni Minà, Pippo Baudo e altri conduttori fecero a Massimo Troisi. Parliamo ovviamente di cose “datate”, di quando c’erano pochi canali TV, pochi show, pochi dibattiti… poco di tutto, insomma. Non avevi molto da scegliere e, fortunatamente, le cose sono cambiate.

Troisi mi ha sempre affascinato per la sua comicità non-comicità. Non era un personaggio: la sua malinconia era parte della sua arte. Si percepiva in ogni pausa, in ogni sguardo, in quel modo di parlare come se le parole gli uscissero a metà, un po’ timide, un po’ stanche. Era molto cagionevole di salute, il suo cuore faceva fatica, batteva troppo piano per la vita che affrontava, ma lui, nonostante tutto, era ironico. Sì, ironico, ma con una tristezza sottile che ti restava addosso. Il suo sorriso era l’ultimo baluardo prima del crollo. Apparteneva a qualcuno che sembrava avere tutto: talento, successo, applausi.

Ma non era solo una sua prerogativa. Robin Williams, ad esempio, ti faceva ridere fino alle lacrime, ma dentro ne versava a fiumi, da solo. Combatteva una battaglia silenziosa contro la depressione e contro una forma rara e devastante di demenza.

Charlie Chaplin, dietro il suo cappello a bombetta e il bastone che facevano sorridere, nascondeva un bambino cresciuto nella miseria, con una madre malata e un padre assente. La sua massima “Un giorno senza sorriso è un giorno perso” andrebbe scolpita nel firmamento. Per non citare Totò, Paolo Villaggio e l’attuale Paoloantoni.

Tutti questi uomini, in un modo o nell’altro, hanno sorriso — e ci hanno fatto sorridere — mentre dentro combattevano una guerra che pochi vedevano. Forse il sorriso, quando è vero, non nasce dall’assenza del dolore, ma dal coraggio di affrontarlo. Preferisco vederla così: non sono maschere, sono battaglie. Rivoluzioni quotidiane, scelte forti. Quelle di reagire a ogni avversità senza lasciarsi spegnere.

Poi, sorridere e cercare di trasmettere ad altri la stessa emozione può essere scambiato per una forma di stupidità, per una leggerezza interiore. Io non la vedo così. Nella mia vita ho visto — e vedo — persone sorridere nonostante problemi fisici, sociali e personali inimmaginabili. Ho dato fazzoletti per asciugare lacrime e sangue a decine di persone; l’ho fatto con delicatezza e con lo sguardo sereno, nonostante le circostanze. E vi assicuro che, passato il momento del dolore immediato, le loro endorfine prendevano il sopravvento.

Mi sono trovato a scherzare con gente strana, in situazioni paradossali, durante la mia attività lavorativa. Al punto che chi ci vedeva da fuori si chiedeva: “Che c…o avranno da ridere quei due?”. In quei momenti surreali capisci quanto sia potente come medicina: scioglie la tensione, rompe il gelo, restituisce un frammento di umanità anche dove sembrava perduta.

Ed è lì che si manifesta la forza più autentica di un sorriso: nel riuscire a restare umani anche quando tutto intorno sembra volerci indurire. Sorridere non significa fingere che vada tutto bene, ma riconoscere che, nonostante tutto, vale ancora la pena provarci. È un modo per ricordarci chi siamo, anche quando la vita ci mette alla prova.

In ogni caso, se qualcuno ve lo regala, prendetevelo. Fatene tesoro. Credo sia il più grande regalo che possa farvi, fatelo anche voi è a costo zero. Perché chi lo dona, probabilmente, ha una storia, una ferita, o magari solo il piacere sincero di dirvi che domani, in qualche modo, andrà un po’ meglio.

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Scritto da Riccardo Mattioli

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