Lo stalking è una prigione invisibile.

  • Pubblicato: 08/03/2025
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La storia che sto per raccontare è quella di una giovane psicologa e di un uomo che, partendo da un’ossessione malata, ha trasformato la sua vita in un incubo. Lei era una giovane professionista carina, brillante, empatica e dedita al suo lavoro; lui, un ex paziente che si era infatuato in maniera ossessiva, forse per attrazione fisica, forse mentale, ma poco importa. Due esistenze che non avrebbero mai dovuto intrecciarsi oltre il loro breve percorso terapeutico.

Lui aveva interrotto controvoglia quello che si era convinto essere in sostegno psicologico. La decisione era stata di lei, conscia che il paziente avesse bisogno di un qualcosa di diverso, più mirato. Lo aveva invitato, quindi, a farsi seguire da un altro professionista più adatto alle sue esigenze.

Lui, un uomo piuttosto anonimo, inizialmente si era limitato a inviarle qualche messaggio di ringraziamento, parole vagamente ambigue ma ancora nei limiti della decenza professionale. Con il passare delle settimane, però, la situazione degenerò.

Lei viveva in una città lontana, a centinaia di chilometri di distanza da lui. Ma la distanza non rappresentò mai un ostacolo per quella mente ossessionata. Le telefonate iniziarono a moltiplicarsi: dapprima sporadiche, con scuse banali per avere un contatto, poi sempre più frequenti e insistenti. Nel cuore della notte il telefono squillava; al mattino trovava altri messaggi in segreteria. Parole ripetitive, dichiarazioni confuse, richieste di attenzioni che svelavano un desiderio malato di possesso.

Lei provò, con la calma e la fermezza tipiche del suo lavoro, a spiegare all’uomo che quello che stava facendo non era sano. Cercò di mantenere la professionalità, sperando che lui comprendesse i confini e si fermasse. Ma l’uomo fraintese ogni parola, interpretando il rifiuto come una sfida, un gioco che non poteva perdere. Le aveva fatto capire di sapere dove viveva, dove lavorava, segnali chiari che la stava ossessivamente controllando.

La giovane psicologa iniziò a sentirsi intrappolata in una rete invisibile e oppressiva. La sua vita quotidiana venne compromessa: paura di uscire di casa, ansia ogni volta che il telefono squillava, la sensazione costante di essere osservata, anche a chilometri di distanza. Fu in quel momento che decise di chiedere aiuto. Si rivolse alla Polizia Postale di Bologna, portando con sé centinaia di prove: telefonate registrate, messaggi minacciosi e conversazioni deliranti.

Era piena estate e l’ufficiale di polizia giudiziaria che raccolse la denuncia si trovava praticamente da solo a gestire la situazione. La sua scrivania era sommersa da altri casi: le forze dell’ordine erano sottorganico e i carichi di lavoro enormi. Nonostante ciò, ascoltò la sua storia con attenzione, la prese a cuore e cercò di rassicurarla. Ormai era diventata quasi una routine, dopo un breve contatto telefonico, lei si presentava in ufficio per raccontare quanto se le stava succedendo e veniva redatto l’atto di querela. Quella di sporgere una denuncia per ogni singolo reato rientrava una vera e propria strategia investigativa, una scelta dell’investigatore per rendere corposo e chiaro il fascicolo. Ne aveva fatto una questione quasi personale, soffriva ne vedere soffrire e disperare la giovane professionista.

Quando arrivava i colleghi la salutavano come se fosse “di casa”, lei raggiungeva l’open space, si sedeva al posto di “straccio” (soprannome buffo del collega titolare della poltrona), faceva finta di essere una poliziotta e iniziava a raccontare ma l’ilarità durava poco, quando l’operatore iniziava a verbalizzare lei piano piano smetteva di sorridere e nel giro di poco i suoi occhi si inumidivano nonostante in quell’ufficio, si sentisse al sicuro.

Tra un singhiozzo e una sigaretta fumata nel piazzale, Il poliziotto, abilmente supportato da un collega – più un amico che un semplice collega – ascoltava e annotava ogni dettaglio, raccoglieva prove e acquisiva dati, giorno dopo giorno.

In appena tre settimane avevano raccolto oltre 2.500 chiamate da un numero anonimo in soli 15 giorni, circa 170 al giorno, che rendevano il cellulare dedicato al lavoro praticamente inutilizzabile. Alle telefonate si aggiungevano le e-mail inviate all’indirizzo di posta elettronica della psicologa, da account creati appositamente. Non solo: l’uomo aveva iniziato a contattare anche i colleghi di lavoro della donna, altri professionisti che chiedevano spiegazioni.

La sua vita personale e professionale era diventata un inferno.

I poliziotti avevano raccolto così tanto materiale da poter dimostrare chi fosse il colpevole e come agisse che erano pronti a segnalare tutto alla magistratura e a chiedere provvedimenti restrittivi. Prima di farlo, però, dovevano fermarsi per redigere un’informativa chiara, diretta e inattaccabile. Avevano vissuto il caso in prima persona, conoscevano l’angoscia della vittima e l’avevano accompagnata in ogni passo, spesso trattenendosi oltre l’orario di servizio per parlare, riflettere e capire cosa fosse meglio fare.

Infine, la magistratura acquisì la notizia di reato ed emise un primo provvedimento nei confronti dell’uomo: gli fu intimato di non avvicinarsi e di non contattare la vittima in alcun modo. Ma il divieto fu disatteso. Fu necessario un ordine restrittivo più severo: l’uomo doveva essere condotto in carcere.

Da questa notizia apparentemente positiva ne nacque un “siparietto” tra il Dirigente del Compartimento della Polizia Postale e l’Ufficiale di P.G. titolare dell’indagine. Un cosa del tipo.. “Capo abbiamo l’ordine di portare in carcere il persecutore, dopo domani io e F. andiamo a prenderlo” . “Tu? gli rispose il Capo. Si Io e F.” “Non ci pensare nemmeno, mando altri tre che non siano parte attiva dell’indagine, ti conosco, sei capace di portarlo a Bologna invece della casa circondariale più vicina. Sai che mi fido di te e del tuo autocontrollo ma… lascia stare, evitiamo incomprensioni con la Magistratura” “Dopo un profondo respiro il poliziotto annui” aveva ragione lui.

Quello che doveva essere fatto, tutto il possibile con gli strumenti a disposizione era stato fatto, ogni dettaglio curato, ogni sfumatura ragionata, ma non ci si sentiva soddisfatti, era troppo poco.

Ovviamente la vicenda non finì qui, ma per ora è giusto fermarsi.

Lo stalking è una prigione invisibile. Chiedere aiuto è il primo passo per uscirne.

Riccardo Mattioli

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Scritto da Riccardo Mattioli

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